Convalenscenza, Han Kang, trad. di Milena Zemira Ciccimarra, Adelphi, 2019
Ha un foro sulla caviglia sinistra, doloroso, piagato, nascosto da qualche benda e dall’orlo di un calzino. Si era presa una storta, “in montagna”, racconta all’infermiera che le cauterizza il malleolo. Ma i buchi purulenti lasciati dall’agopuntura, adombrano un altro tipo di cavità. Sono il buco scavato nella terra umida in cui calare la bara della sorella. Sono il vuoto lasciato dai singhiozzi di un lutto iniziato in vita: erano state così diverse, così distanti. Avevano scavato cicatrici, l’una sul corpo dell’altra. Avevano tentato di nasconderle, dietro alla frangia, dietro alle convenzioni, dietro ai segreti. Dietro alla porta di un piccolo monolocale di solitudine in cui illudersi di non aver paura.
Ma gli abiti neri del lutto slavano tutto: il lucidalabbra, l’età, la freddezza.
E alla fine, baluginando tra le ombre dei fari nel traffico congestionato, e il sonno, e le lacrime trattenute, e le telefonate al cellulare rovente, la bruciatura alla caviglia era diventata un altro tipo di dolore. Gemente, dilagante, multiforme: un buco. Una voragine che mescolava il tempo, che ti abbandonava rannicchiata sul gelo del pavimento, che ti lanciava giù per pendii scoscesi in bicicletta. Pedalare e non pensare. Pedalare e vivere, per un istante ancora. Pedalare. Gettarsi a terra, e sentire dolore, essere come lei. Come sua sorella. Soffrire, per una volta vicine. E non guarire mai più.
Pubblicato in Korea nel 2013, ed unito nell’edizione italiana di Adelphi Edizioni (2019) insieme al racconto Il frutto della mia donna (2014), Convalescenza è un titolo ossimorico: inizia sul lettino di un ospedale, e finisce sull’asfalto bagnato di una pista ciclabile. È il decorso dell’incubazione di una malattia inguaribile. Non c’è cura per il senso di colpa, non c’è cura per l’assenza, non c’è cura per le domande irrisposte. Solo il dolore, acuendosi, attenua il dolore. Ma pur nell’arsura amara della sua storia, Han Kang accompagna il lettore con un commiato dolce: non abbandonando i corpi alla tensione della fine, ma adagiandoli e ricomponendoli con dissimulato distacco nel vaso di una rigogliosa composizione floreale. Due scorci di donne, osservate l’una dal soggiorno sul fiume della sorella più giovane, l’altra dalla veranda sul traffico che scorre davanti al proprio caseggiato. Entrambe estenuate dall’essere vive, dall’essere corpi, dall’essere umane, implorano di ritornare alla terra: forse che la prossima stagione le faccia rifiorire con fronde nuove. Forse, questa era la convalescenza, foglie, fogli, pagine: con cui sanare chi le avrebbe lette.